CASTEL MASCHIO ANGIOINO : LA LEGGENDA DELLA FOSSA DEL COCCODRILLO.

“Là, dice ancora la voce popolare, furon gittati dagli Spagnuoli, la moglie ed i quattro figliuoli di Tommaso Aniello, quel Re de’ lazzaroni, che stette lì lì per liberar Napoli e che ebbe la vertigine del potere, nè più nè meno di Caligola e di Nerone.

Il popolo avea divorato il padre ed il marito; il coccodrillo, che ha, certo, qualche rassomiglianza col popolo, divorò la madre ed i figli.”

«Storia dei Borbone di Napoli» (libro IV, capitolo 7) di Alexandre Dumas

Come spesso accade per i luoghi storici di Napoli, anche sul Castel Maschio Angioino sono nate molte storie. Una delle più famose è sicuramente la leggenda del coccodrillo. Ancora più curioso però è scoprire le dicerie che si sono tramandate fino ad arrivare al racconto del terribile alligatore, che nuotava nella fossa sottostante al castello, quella che si può intravedere oggi e dove si svolgeva un tempo il Mercato dei Fiori. Il Maschio Angioino ha nei sotterranei due prigioni: la “prigione della congiura dei Baroni” e la “fossa del miglio” che inizialmente era usata come deposito del grano. Ma proprio quest’ultima, con il passare del tempo fu usata per rinchiudere i prigionieri. E da allora che prese il nome di “fossa del coccodrillo”.

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Il Castello fu edificato sotto il regno di Carlo I d’Angiò, che nel 1266, sconfitti gli Svevi, salì al trono di Sicilia e stabilì il trasferimento della capitale da Palermo alla città partenopea. Ai due castelli esistenti gli Angioini aggiunsero il principale, Castel Nuovo (Chastiau neuf), che fu non solo fortificazione ma soprattutto la loro grandiosa Reggia. La residenza reale di Napoli era stata fino ad allora Castel Capuano, ma l’antica fortezza normanna venne giudicata inadeguata alla funzione e il Re volle edificare un nuovo castello in prossimità del mare. Assegnato il progetto all’architetto francese Pierre de Chaulnes, i lavori per la costruzione del Castrum Novum presero il via nel 1279 per terminare appena tre anni dopo, un tempo brevissimo viste le tecniche di costruzione dell’epoca e la mole complessiva dell’opera. Il Re tuttavia non vi dimorò mai: in seguito alla rivolta dei Vespri siciliani, che costò all’Angioino la corona di Sicilia, conquistata da Pietro III d’Aragona e ad altre vicende, la nuova reggia rimase inutilizzata fino al 1285, anno della morte di Carlo I.

Si racconta da secoli che questa splendida dimora sia stata prima di tutto un luogo di lussuria e perdizione, dove si sono susseguite le due regine di Napoli omonime Giovanna I D’Angiò e Giovanna II D’Angiò, le cui gesta sono state spesso erroneamente confuse. In realtà sembrerebbe che entrambe fossero dedite a rapporti sentimentali con amanti giovani e belli e che allo stesso tempo fossero anche crudeli e spietate.
La leggenda narra che il coccodrillo fu portato a Napoli dall’Egitto, dalla regina Giovanna II che sposò nel 1415 Giacomo di Borbone. Antonio Caracciolo, detto Carafa, la descrive come “Bella e seducente, vana e mutevole, ma buona e di buon senso, se ne viveva in letizia di facili amori”. E proprio questi “facili amori” doveva nascondere nelle segrete di Castel Nuovo dando in pasto al coccodrillo, tramite una botola, tutti i suoi amanti.
Un’altra leggenda narra invece che a inventare la fossa del coccodrillo fù Ferrante d’Aragona, re di Napoli dal 1458 al 1494. Il sovrano gettò lì, dopo averli attirati in un tranello, numerosi Baroni protagonisti d’una congiura ai suoi danni. Secondo Croce fu proprio re Ferrante a disfarsi del coccodrillo. Decise di ucciderlo gettandogli in pasto una coscia di cavallo. Morto soffocato, l’animale fu pescato, impagliato e appeso alla porta d’ingresso.

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Nel 2004 ritornò nuovamente alla cronaca la leggenda del coccodrillo dopo che fu trovato uno scheletro di animale durante gli scavi della metropolitana di piazza Municipio. Per i più appassionati del mito, quello ritrovato sarebbe davvero lo scheletro del famelico coccodrillo voluto dal re e dalla regina napoletani, per i più scettici si tratterebbe delle ossa di un cetaceo oppure di una mucca.
In realtà, come in molte leggende napoletane, le prove per confermare questa storia non esistono.

 

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O’ MUNACIELLO.

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« Chiedete ad un vecchio, ad una fanciulla, ad una madre, ad un uomo, ad un bambino se veramente questo munaciello esiste e scorazza per le case, e vi faranno un brutto volto, come lo farebbero a chi offende la fede. Se volete sentirne delle storie, ne sentirete; se volete averne dei documenti autentici, ne avrete. Di tutto è capace il munaciello… »
Matilde Serao, Leggende Napoletane

Il munaciello o monaciello (“piccolo monaco” in lingua napoletana) è uno spiritello leggendario del folclore partenopeo. Spirito di natura sia benefica, che dispettosa, è di solito rappresentato come un ragazzino deforme o una persona di bassa statura, abbigliato con un saio e fibbie argentate sulle scarpe e Il munaciello tenderebbe ad esprimersi, nei confronti degli abitanti della casa dove si appalesa, con tipiche manifestazioni:
di simpatia (lasciando monete e soldi nascosti dentro l’abitazione, oppure facendo scherzi innocui che possono essere trasformati in numeri da giocare al lotto);
di antipatia (nascondendo oggetti, rompendo piatti e altre stoviglie, soffiando nelle orecchie dei dormienti);
di apprezzamento (sfiorando con palpeggiamenti le belle donne).
In nessuno dei tre casi suddetti bisogna però rivelarne la presenza: secondo la leggenda, possono capitare disgrazie e sfortuna a chi rivela una visita del munaciello. Ci si può propiziare questo benefico spiritello domestico con il cibo, nella speranza di vedere trasformato il cibo in oro; ma non ci si deve vantare di tali doni soprannaturali, altrimenti svaniscono così come sono apparsi.
Quando il munaciello si manifesta di persona, pare che appaia alle persone sempre nel cuore della notte, ma solo a coloro che sono nel più estremo bisogno, dopo che abbiano fatto tutto ciò che è possibile fare per alleviare l’angoscia che si è abbattuta su di loro e dopo che tutto ciò che è umanamente possibile abbia fallito. Lui senza parlare farebbe cenno di seguirlo; chi ha il coraggio di farlo verrebbe portato in qualche posto dove è nascosto un tesoro. Il munaciello non porrebbe nessuna condizione per il suo utilizzo, non richiederebbe alcuna promessa di rimborso, non esigerebbe né dazio né servizio in cambio. Non si sa se questi tesori siano i frutti di guadagni illeciti o i frutti del lavoro industrioso, messi da parte per le occasioni d’amore e di carità. Si dice che in molti abbiano fatto improvvisamente fortuna grazie al suo intervento e quindi, quando qualcuno ha avuto un arricchimento improvviso, si dice “Forse avrà il munaciello in casa”. Si dice anche che il tesoro portato in dono dal munaciello sia appropriato per le esigenze di chi l’ha ricevuto.
La leggenda del munaciello ha origini plurisecolari, e gli studiosi di tradizioni popolari accreditano due ipotesi principali.
Secondo la prima, riportata tra gli altri da Matilde Serao nel suo Leggende napoletane (1881), il munaciello sarebbe un personaggio realmente esistito. L’origine andrebbe fatta risalire al 1445, durante il regno di Alfonso V d’Aragona, quando vi fu uno dei tanti amori impossibili descritti dalla tradizione poetica e musicale napoletana, tra Caterinella Frezza, figlia di un ricco mercante di panni, ed il garzone Stefano Mariconda.
Fortemente contrastata soprattutto dalla famiglia di lei, la coppia ricorreva ad incontri clandestini durante la notte, cui il giovane garzone si recava percorrendo un pericoloso sentiero sui tetti di Napoli. Fu proprio nel corso di una di queste camminate che Stefano fu assalito e gettato nel vuoto, sotto gli occhi della fidanzata. Dopo che la salma del giovane fu inumata, Caterinella, in stato interessante, chiese ed ottenne di rinchiudersi in un convento della zona, dove diede alla luce un bambino piccolo e deforme.
Nonostante la madre avesse chiesto alla Madonna una grazia che donasse al bambino la salute, le condizioni del neonato non mutarono con la crescita. La madre prese a vestirlo con un abito bianco e nero da monaco, sempre speranzosa in un miracolo, e questo fatto fu all’origine del nomignolo munaciello attribuitogli dal popolo. La sua figura dalla testa troppo grande e dal corpo troppo piccolo, che si aggirava per le strade del quartiere Porto, destava disgusto e sospetto, che presto si tradusse in continui insulti e sgarbi nei suoi confronti. Da questo, all’attribuirgli poteri soprannaturali benevoli o malevoli il passo fu breve. In particolare, se il cappuccio dell’abito era di colore rosso, se ne traevano auspici di buon augurio, mentre la malasorte veniva associata al cappuccio nero. Dopo la morte della madre, la situazione peggiorò ulteriormente, e gli vennero attribuite ogni sorta di avvenimenti sfavorevoli, dalle malattie alle nuove tasse, e gli assalti anche fisici alla sua persona peggiorarono. Infine, il munaciello scomparve misteriosamente, e la voce popolare fu che fosse stato portato via dal diavolo. La Serao riporta però che qualche tempo dopo furono ritrovate in una cloaca delle ossa che avrebbero potuto essere quelle del nano, ed avanza l’ipotesi che i parenti Frezza avessero alla fine deciso di assassinarlo. Dopo la sua morte, il popolo napoletano continuò a vederlo nei luoghi più disparati dei quartieri bassi, e alla sua sete di vendetta cominciarono ad essere attribuiti tutti gli eventi sfavorevoli della vita quotidiana. La sua esistenza in quanto spirito divenne presto un fatto comunemente accettato:
Come contrappunto, si iniziò anche ad attribuirgli poteri magici connessi alla credenza che dalle sue apparizioni potessero ricavarsi dei numeri fortunati da giocare al lotto.
Altra leggenda invece vuole che il munaciello fosse l’antico gestore dei pozzi d’acqua (il “pozzaro”), il quale riusciva (per la sua statura piccola) ad entrare nelle case passando attraverso i canali che servivano a calare il secchio. Poiché spesso i pozzari non venivano pagati dai loro committenti, costoro si “vendicavano” entrando nelle case dei Signori e rubando per sé oggetti preziosi. Gli stessi oggetti preziosi, talvolta, venivano poi donati dai pozzari alle loro amanti, nelle cui case i gestori dei pozzi si intrufolavano sempre attraverso i canali per calare il secchio. Anche per questo la leggenda vuole che il munaciello talvolta rubi, talvolta doni.
Vi è anche una terza ipotesi, che descrive il munaciello come un piccolo demone, dispettoso perché cattivo, anche quando lascia monete (in tal caso, il denaro sarebbe un’offerta ai vivi per attirarli dalla sua parte).
Il Munaciello è solito nascondersi nei vicoli del centro storico di Napoli, preferendoli quindi alle eleganti case di Chiaia.
La tradizione non indica con precisione il luogo in cui abita il munaciello, ma si suppone che dimori tra le rovine di alcune delle abbazie e monasteri che si trovano tra le colline che circondano la città di Napoli.
Una leggenda vuole che uno dei vari rifugi del munaciello si trovi a Marina del Cantone, nella torre di Montalto, località di Sant’Agata sui Due Golfi (Massa Lubrense)
La voce popolare indica nel munaciello un esperto delle vie sotterranee di Napoli e le attraversa per frequentare vecchi palazzi, causando diverse seccature. Si dice che Villa Gallo sia una delle case infestate da questa creatura.
Oltre all’esposizione della leggenda da parte della Serao, il munaciello ha guadagnato nel corso dei secoli numerose citazioni letterarie, soprattutto in campo teatrale.
Tra le più importanti si ricordano quella di Eduardo De Filippo nella sua opera Questi fantasmi! in cui la commistione tra la leggenda del visitatore soprannaturale ed il grottesco della vita quotidiana viene espressa attraverso il personaggio dell’amante della moglie, che Eduardo scambia per un munaciello.
Più antica è Nu munaciello dint’a casa ‘e Pullecenella (Un munaciello a casa di Pulcinella, 1901), commedia fantastica di Antonio Petito. Del 1891 è infine la canzone ‘O Munaciello di Roberto Bracco.
In epoca contemporanea, il munaciello compare nell’opera La gatta Cenerentola di Roberto De Simone, trasposizione moderna dell’antica fiaba omonima di Giambattista Basile.
Il munaciello, notoriamente, infesta soprattutto le case del centro storico partenopeo. La sua fama inizia già nel XVI secolo, quando fu redatta la Pragmatica de Locto et Conduco, cioè una raccolta di leggi che regolava gli affitti. Quest’ultima, infatti, citava la possibilità da parte dell’affittuario di lasciare l’abitazione, senza pagare il fitto, qualora si fosse manifestato il munaciello.
Una nota leggenda vede scontrarsi lo spirito con un giovane studente di filosofia:
«La tradizione vuole che a via dei Tribunali, nel centro storico napoletano, sia presente una casa abitata da un munaciello piuttosto irascibile. L’abitazione, molto temuta dai napoletani, fu presa in affitto da uno studente di filosofia per pochi soldi.
Il munaciello, dopo pochi mesi, iniziò a sottolineare la sua presenza. Dapprima iniziò a produrre rumori improvvisi e a far sparire oggetti; il giovane, dando la colpa ai topi, comprò un gatto. Indispettito da tale indifferenza, lo spirito lasciò cadere la mensola della cucina, sulla quale tuttavia erano posti i piatti e le porcellane. Non scomponendosi, lo studente non esitò a dare la colpa alla scarsa robustezza dei chiodi. Non dandosi per vinto, il munaciello iniziò quindi a suonare il campanello, a qualsiasi ora del giorno e della notte; lo studente tuttavia diede la colpa ai ragazzi del posto.
Roso dall’arrogante strafottenza dello studente, lo spiritello diede sfogo alla sua frustrazione, facendo con piatti, pentole, coperchi e tutto ciò che gli capitasse tra le mani un frastuono tanto rumoroso che era udibile addirittura a chilometri di distanza. Il ragazzo, spavaldo, continuò a dormire.
A questo punto, dopo esser stato umiliato per l’ennesima volta, il munaciello si presentò al giovane, credendo finalmente di esser riuscito nella sua impresa. Lo studente, tuttavia, pensò che fosse tutto un sogno. Stanco e provato, lo spirito riconobbe la sconfitta, riuscendo a far promettere comunque al giovane di non rivelare mai a nessuno quanto visto: «Vedrai che non te ne pentirai!». Il munaciello mantenne la promessa, tanto che il giovane divenne poi ricco e famoso.»
Anche Matilde Serao era al corrente della credibilità che gode il munaciello nel centro storico. Nel suo libro “Il ventre di Napoli”, donna Serao asserisce che «una bellissima palazzina», ubicata «in piena Napoli, in Salita Santa Teresa» non è stata mai presa in affitto, poiché «abitata dagli spiriti».

“FACITE AMMUINA”

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Il famoso e irriverente articolo n. 27, del Capitolo 19 n. 6975 del Regolamento N° 266 del 1841 della Real Marina del Regno delle Due Sicilie che in rete ha un elevato numero di seguaci non è altro che una goliardica invenzione di bassa ricerca storica essendo essa priva di qualsiasi supporto documentale.
Quello che va in giro su internet da molti anni e che qualcuno giura di aver visto non è altro che una delle tante leggende nate per screditare la storia del Regno delle Due Sicilie e in particolare l’operosità del popolo napoletano.

“Facite Ammuina” è una frase in lingua napoletana il cui significato è fate confusione. Sebbene l’articolo non nasca affatto da un regolamento della marina borbonica, sulla sua nascita esistono varie interpretazioni.
Secondo alcuni ricercatori, l’aneddoto trae origine da un fatto realmente accaduto dopo la nascita della Regia Marina italiana. Un ufficiale napoletano, Federico Cafiero (1807 – 1888), passato ai piemontesi già durante l’invasione del Regno delle Due Sicilie, sorpreso a dormire a bordo insieme all’equipaggio, fu messo agli arresti da un ammiraglio piemontese per indisciplina a bordo. Scontata la pena, l’ufficiale fu rimesso al comando della sua nave dove pensò bene di istruire il proprio equipaggio a “fare ammuina” (cioè il maggior rumore e confusione possibile) ogni volta che si fosse presentato un ufficiale superiore, in modo da essere avvertito e allo stesso tempo, di dimostrare l’operosità dell’equipaggio.
Secondo un’altra ricostruzione, il falso sarebbe frutto dell’ambiente goliardico dei cadetti napoletani del collegio di Pizzofalcone databile fra il 1841 e il 1844.
Sull’editto scritto in lingua napoletana si legge :

« All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa
e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora:
chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra
e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta:
tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa
e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio
passann’ tutti p’o stesso pertuso:
chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à”.

N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. »

« All’ordine Facite Ammuina, tutti coloro che stanno a prua vadano a poppa
e quelli a poppa vadano a prua;
quelli a dritta vadano a sinistra
e quelli a sinistra vadano a dritta;
tutti quelli sottocoperta salgano sul ponte,
e quelli sul ponte scendano sottocoperta,
passando tutti per lo stesso boccaporto;
chi non ha niente da fare, si dia da fare qua e là. »

Di questo falso passo del regolamento in questione esistono copie, vendute ai turisti nei mercatini di Napoli anche oggi, che riportano come firmatari l’Ammiraglio Giuseppe di Brocchitto e il “Maresciallo in capo dei legni e dei bastimenti della Real Marina” Mario Giuseppe Bigiarelli.

Va innanzitutto detto che fin da Carlo di Borbone, primo re delle Due Sicilie, mai alcun regolamento, legge, prammatica o consuetudine è stata scritta, stampata o letta in napoletano.
Ciò dovuto anche e soprattutto al noto rigore formale dei maggiori giuristi di un Regno che annoverava tra i suoi indiscussi primati le migliori cattedre mondiali del diritto.
Un altro elemento non meno importante è che l’Armata di Mare del Regno delle Due Sicilie si è chiamata Real Marina solo nel periodo murattiano.
Il regolamento della Real Marina del Regno delle Due Sicilie non ha mai annoverato tale articolo; e né un Di Brocchitto né un Bigiarelli figurano tra gli ufficiali della marina delle Due Sicilie in servizio nel 1841o pochi anni più tardi.
Tali cognomi sono inoltre inventati: il primo non esiste in alcun archivio di cognomi italiani, mentre il secondo non fa assolutamente parte dell’onomastica delle Due Sicilie. Infine, anche il grado di “Maresciallo in capo dei legni e dei bastimenti della Real Marina” è inventato, non essendo previsto dai ruoli della Real Marina delle Due Sicilie.
Come se non bastasse, il regolamento della Real Marina, come tutti gli atti ufficiali, era redatto in italiano. Inoltre, l’esame linguistico del testo in napoletano solleva numerosi dubbi, soprattutto a causa dell’uso dell’indicativo per la formulazione degli ordini. Ad esempio, la frase «chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ abbascio», non è correttamente costruita, in quanto andrebbe usata la forma «… jessero ncoppa…». Inoltre, nel XIX secolo l’uso del presente congiuntivo s’aremeni, osservabile nell’ultima frase, era certamente caduto in desuetudine, sostituito dalla forma ottativa s’ar(r)emenasse.
L’interpretazione di autentico regolamento della marina è quindi un aneddoto denigratorio sulle forze armate borboniche. In realtà, la Real Marina del Regno delle Due Sicilie aveva una antichissima tradizione tanto da avere dato origine nel 1735 alla Real Accademia di Marina, il più antico istituto del genere in Italia la quale avrebbe poi a sua volta dato origine all’ Accademia Navale di Livorno. Posta sotto le cure dell’ammiraglio inglese John Acton, e costantemente rifornita di nuove unità dai Cantieri navali di Castellammare di Stabia, tra cui numerose navi a vapore, la marina militare napoletana era lo strumento principale di difesa del Regno delle Due Sicilie. L’importanza di tale forza armata per la difesa del Regno è testimoniata dal fatto che la defezione quasi totale delle sue unità durante l’invasione piemontese del Regno delle Due Sicilie e la successiva sua partecipazione all’Assedio di Gaeta, fu una delle cause della sconfitta delle truppe borboniche.
L’efficienza della flotta militare napoletana era tale che nell’Italia appena unificata, in cui spesso si adottarono istituzioni e legislazione del regno di Sardegna, la Regia Marina, invece, per volontà di Cavour, adottò uniformi, gradi e regolamenti di quella borbonica.
In particolare, l’ammiraglio piemontese Carlo Pellion di Persano raccomandò l’adozione dei regolamenti napoletani anche per la marina piemontese, dato che erano considerati più agili e moderni.
Ecco … la storia è questa.

 

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Anche se ormai sono trascorsi 4 anni dalla nostra nascita come associazione (tra noi c’è chi ha cominciato a fare Restauro più di 30 anni fa), non ci siamo mai presi la briga di aprire un canale di comunicazione scritto con il nostro pubblico, come ad esempio una newsletter o un blog.
Più a nostro agio con i rapporti diretti, faccia a faccia, per comunicare preferiamo da sempre la voce e la possibilità di creare un rapporto diretto con le persone.
Ma, dobbiamo accettarlo, non riusciremo mai a parlare con tutti.
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